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Spoleto (PG), Palazzo Collicola Arti Visive
fino 25 maggio 2015
TERRITORIO Storie di artisti umbri
Categoria: Arte contemporanea
Orari di apertura:
venerdì - sabato - domenica 10.30-13.00 / 15.30 - 19.00
Aperture straordinarie con lo stesso orario di apertura
lunedì 21 aprile / giovedì 1 maggio
Tre gli artisti che espongono le proprie opere nelle sale e negli spazi di Palazzo Collicola fino al 25 maggio 2014: Franco Troiani con Im/perfetto Equilibrio, Luigi Manciocco con Liturgia dello sguardo e Emilio Leofreddi con Nomadelica.

FRANCO TROIANI

IM/PERFETTO EQUILIBRIO a cura di Gianluca Marziani

Non esiste antinomia tra astrazione e figurazione… ci sono artisti che lo ribadiscono in silenzio, attraverso i codici di una ricerca metodica, coerente, prolungata nel tempo come un’ombra dinamica del proprio essere. Partirei da qui per raccontare il viaggio artistico di Franco Troiani, da un filo invisibile che connette oltre quarant’anni di produzione visiva. Un filo che legge il mondo nella sua coscienza pittorica, stabilendo uno strategico superamento della dicotomia figurazione/astrazione. Per l’artista spoletino non esiste invenzione nel linguaggio visivo, tutto già appartiene al Pianeta e alla memoria di una continua presenza. Le cose sono disponibili in natura, si tratta solo di intuirne il simbolo, recepire la metafora e plasmarne l’anima pittorica, sempre sulla misura concettuale del singolo progetto. Troiani ribadisce così l’impossibilità di procedere per astrattismi: perché ciò che appare denota una radice concreta, una provenienza che attende lo spostamento, un passaggio metabolico dal piano reale a quello iconografico. Qualsiasi ipotesi figurativa trova un rimando nella natura, una radice nell’arte del passato, un legame con l’esistente nella sua molteplicità semantica. La materia del mondo si trasforma in un viaggio dei sensi, il colore diventa lirico ed emozionale, le geometrie evocano archetipi di necessario riferimento.
La prima retrospettiva su Troiani ha il sapore di un progetto al presente, dove ogni opera partecipa come singola nota sulla scala polifonica dell’installazione globale. Le sale di Palazzo Collicola si trasformano in una sorta di unico grande lavoro che agisce per frammenti temporali, materici e tematici. Ogni pezzo prescelto è per l’artista una battaglia, una sfida morale che si oppone allo scempio della decadenza storica. L’opera crea così una distanza dalla cronaca attraverso la sintesi della sua forma mentale. Per Troiani non esiste citazione ma recupero metabolico, una visuale inclusiva che considera il passato nella sua fluidità al presente, senza sganci epocali, esercitando il dialogo e la partecipazione. L’arte torna a essere una polis evoluta, luogo ideale dello scambio reale, agorà del continuo futuro per intuire le distonie e immaginare nuovi margini di crescita.


EMILIO LEOFREDDI

NOMADELICA a cura di Gianluca Marziani
In collaborazione con FONDAZIONE SANTO LICO

Il foglio bianco, destino di ogni visione originaria, geografia d’accoglienza che ospita la permanenza della radice, dell’idea come genesi e fondamenta “abitabili”. Quella cellulosa rettangolare è la madre del fattore artistico, il pianeta generativo in cui l’espressione coglie l’inizio, il prologo determinante, la luce del primo chiarore. Un foglio che è anche decisione autonoma, grammatica dalle frequenze proprie e dai codici endogeni. La carta bianca registra lo spirito dei tempi, le attitudini individuali, i caratteri diffusi. La sua maneggevolezza entra nel cuore dell’idea, raccordando il prima e il dopo nel suo limbo sospeso ed elegante. Un materiale che diviene linguaggio e codice, dividendosi tra la natura “fragile” dell’appunto e il destino “resistente” della pittura.
Emilio Leofreddi e il foglio bianco si appartengono da sempre, quantomeno dal primo viaggio adulto dopo l’epoca scolastica, quando l’artista ha intrapreso la propria avventura indiana: due anni in giro nel subcontinente per affinare le coordinate del fatidico passaporto interiore. Da quel momento possiamo parlare di doppia anima, divisa tra Occidente e India, tra la coscienza elettiva e la geografia inseguita. Una compenetrazione tra due realtà antropologiche, messe in dialogo con il passo sospeso dell’occhio poetico, del vagabondo sensibile che coglie il destino umano e la comune fatica, le tensioni del corpo e le aperture dello spirito.
Lunghi periodi indiani hanno rilasciato energie in modo prolungato, così come la radice occidentale rilascia di continuo le sue alchimie specifiche. Leofreddi, a differenza di altri artisti, non ha mai diviso nettamente l’esperienza orientale da quella europea. Ha sempre incrociato le visuali e amalgamato il rilascio alchemico, lavorando sulla sinestesia del suo immaginario polifonico. Piani, livelli e formule si mescolano fluidamente, senza spigoli iconografici, senza tensioni nodose. Tutto scorre, come direbbe qualcuno. Tutto torna, come direbbe chiunque creda nell’armonia conquistabile.


LUIGI MANCIOCCO

LITURGIA DELLO SGUARDO a cura di Gianluca Marziani

Conduciamo lo sguardo in una stanza priva di rumori e inquinamento visivo. Su una parete ci attira a distanza un puntino rosso che stilla liquido color sangue, come una piccola ferita nel bianco, al centro di una piccola superficie che mostra la sua felice imperfezione, la macchia dentro l’assoluto, la salvezza del corpo di fronte alla “presunzione” dell’anima. Quell’opera ci osserva come un ciclope della coscienza collettiva, emana la forza esoterica dei moloch interrogativi. Sembra l’attesa dell’eterno che si rinnova nell’umanità ferita, nel destino di una sofferenza condivisa, nella sua attitudine per un futuro anteriore e liberatorio.
Personaggio silenzioso e paziente, legato al percorso lento e al relativo progetto, concentrato sulla capienza concettuale della singola opera. Per Luigi Manciocco il progettare – inteso come viaggio iniziatico – si definisce dentro l’unicum della forma, dentro una struttura compatta e sintetica che racchiude passaggi ed esiti del viaggio artistico. L’icona come un archetipo dal cuore resistente e dal cervello complesso, una sapiente alchimia d’ingredienti ben amalgamati. Un approdo iconografico che possiede l’energia di un’isola vulcanica, di uno spazio concluso che alimenta la propria forza con virtù endogena, tenendo un occhio sul mondo esterno e un altro sul ritmo incessante dell’universo interiore.
Il bianco di Manciocco è simbolo di alto valore immateriale: traccia in apparenza neutra, campitura d’accoglienza privilegiata per qualsiasi densità cromatica, luogo/nonluogo che incarna il valore contrario di ogni pienezza e assuefazione, eccolo dimostrare la sua generosità fagocitante, la capacità di metabolizzare l’esterno nel mare calmo del colore assoluto. Il bianco, in tal senso, diventa padrone dell’immateriale, assume la voce impalpabile del maestro, della guida che non giudica e accoglie qualsiasi differenza. Non era facile, ad esempio, citare Yves Klein per creare un lavoro autonomo che parlasse di valore immateriale, lo stesso valore che piaceva al francese quando vendeva zone di sensibilità pittorica immateriale. EX VOTO di Manciocco parte da una storia vera che legava Klein a Santa Rita, protettrice dei casi disperati e impossibili. Un legame tra spirito e territorio che oggi, a distanza di tempo ma non di spazio, ha preso la forma di un video in tre parti: una con gli occhi di Klein, una con gli occhi della Santa, una con gli occhi di Dino Buzzati. Occhi che non giudicano ma osservano chi sta esercitando lo sguardo. Ridestano i nostri sensi verso una sinestesia che il trittico rappresenta per sintesi e armonia: l’arte visiva di Klein, la scrittura di Buzzati e il misticismo di Santa Rita, tre condizioni che assieme si completano, riportando la memoria ad un ex voto che Klein fece alla Santa, dove pigmenti e oro davano forma al dialogo tra corpo e anima.
Gli occhi che fissano hanno la stessa radice immateriale del bianco. Il loro sguardo diventa un metabolizzatore di forme, similmente al bianco che digerisce gli altri colori dentro il suo oceano fagocitante. Lo sguardo assimila, ingloba e germina in un processo virtuoso di forma e memoria; così il bianco che compie un identico processo metabolico, trasformando la radice del colore in un’esperienza sensibile. Lo sguardo bianco rappresenta bene l’attitudine resistente di Manciocco, la sua levità sospesa ma densa, il saper guardare “oltre” mentre si sta “dentro”. Lo sguardo bianco pedina il lato sospeso della vita, l’apnea della bellezza, i fossili del presente. E’ un ciclope che cerca il senso del margine, il camminamento sul bordo, restando sotto i livelli di guardia, dove il rumore decresce e il suono ritrova la sua natura primigenia.


Autore: Sistema Museo
Data di pubblicazione: 20 aprile 2014
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