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GIUSEPPE BIASIO Opere 1973 – 20..
Spoleto (PG), Palazzo Collicola Arti Visive
24 giugno - 24 settembre 2017 / PROROGATA fino 29 ottobre
GIUSEPPE BIASIO Opere 1973 – 20..
Inaugurazione: sabato 24 GIUGNO 2017 ore 12:00
A cura di: Gianluca Marziani
Categoria: Arte contemporanea
Orari di apertura:
Le mostre del II piano saranno aperte al pubblico il sabato e la domenica 10.30-13.00/15.30-19.00.
GIUSEPPE BIASIO (Padova, 1928) racconta una bella vicenda italiana dai risvolti ammirevoli. E’ la storia di un uomo che fin da giovane ha frequentato l’umanità internazionale dell’arte contemporanea, maestri come Robert Rauschenberg o Antoni Tàpies, molte Biennali veneziane in presa diretta, altri giganti come Julian Schnabel, Mario Schifano, Emilio Vedova… tutto ciò, inutile dirlo, ha poi trovato una forma propria, non limitando l’effetto al presenzialismo ma agendo sulle cause, sulle motivazioni, sull’ispirazione, nonché sui materiali e temi che ogni quadro affrontava e ancora affronta. Quella di Biasio è una battaglia feroce nel mare benevolo di una laguna addomesticata, un ingaggio nel pragmatismo del fuoco d’ispirazione, senza disperdersi nel salto sregolato, semmai avendo disciplina iconografica e ordine mentale, restando in equilibrio tra vita e arte, esperienza e riflessione, dentro e fuori, citazione e autonomia.

Luciano Caprile: A Giuseppe Biasio è successo e sta ancora accadendo questo miracolo che gli permette di estrarre da sé e di offrirci, con ricorrente impegno maieutico, ciò che la sua sensibilità ha raccolto in tanti anni di frequentazione del mondo dell’arte ad alti livelli. La sua non è soltanto un’esibizione di esperienze, il suo non è un compito trasferito in bella calligrafia ma è il frutto evidente di quella qualità, concettuale ed esecutiva, che lo colloca nel solco dei maestri che egli ha conosciuto di persona o che ha ammirato attraverso la partecipata contemplazione delle loro opere.
Una cosa salta subito in evidenza: Biasio non è il pittore che puoi chiudere in un genere. Resta saldamente fuori dalla dicotomia astratto/figurativo, anche perché fin dal 1973 sembrò trovare in Rauschenberg un nume tutelare, da carpire e metabolizzare in chiave propria. Tanti hanno provato a ispirarsi all’americano, va detto, ma pochi hanno identificato una cifra grammaticale che si definisca autografa. Perché lo snodo, oggi come ieri, non è tanto la citazione quanto la rigenerazione, che è cosa ben diversa dal copiare o ispirarsi passivamente. Biasio, capendo il meccanismo “digestivo” di Ruaschenberg, ne ha ricalcato gli strumenti relazionali, l’approccio davanti allo scarto sociale, davanti ai frammenti del consumo, davanti al dramma come diapason dell’umanità. Da qui ha fatto proprio il meccanismo d’ingaggio, definendo una coscienza figurativa, riconoscibile a occhio nudo, omogenea nel suo impianto compositivo. A quel punto, intrapreso il limbo che unisce astrazione apparente e figurazione dichiarata, il gioco era fatto. O meglio, il carico informativo iniziava a codificarsi, supportando così l’impianto espressivo, da riempire con i frammenti che via via scovava, selezionava e inglobava nel quadro.

Virginia Baradel: Ogni opera è un progetto di base spaziale, un quadro di attrazione per le infinite meteore viaggianti. La combinazione prevede una base di tela grossa, a vista, cucita e strappata, solida ed eloquente, che garantisca la permanenza dopo l'atterraggio, una base resistente all'urto, e poi segni di due nature un tempo distinte: l'una energetica, gestuale, missilistica con i corollari spaziali di nebulose e costellazioni di scie, gocciole, sgorbi e tracciati di perdite; l'altra impressiva di lettere, numeri, parole in forma di pittura, immagini che scardinano la petulanza metropolitana per diventare reperti dell'epistolario solitario dell'artista. [...] La pittura come una zattera vagante nello spazio, forte di tela, cucita e ricucita, su cui saltano i segni, gocce e cifre si mettono in salvo, parole e vapori, buchi neri e timbri doganali e poi un corso periglioso, nella tempesta, tra il vento e i flutti scomposti. Ogni opera è, alla fine, una zattera dopo la tempesta, a mare aperto e piatto: la luce chiara dell'aurora rivela ogni cosa, tutti i segni imbarcati in una deriva che si trasforma in pittura.

Gianluca Marziani: Il quadro di Biasio è un oggetto denso, quasi geologico nella sua complessità di segni, gesti e materie. Rivela una biologia interna ad alta frequenza mediale, una specie di scandaglio che preleva scarti dagli strati solidi del pianeta. Le superfici (tavola o tela) registrano la sintesi del suo comporre i frammenti su un ideale pentagramma figurativo, così da evocare note metalliche su soffici atmosfere ambientali. Le dominanti in grigio dei fondali sono l’atmosfera che accoglie e sostiene, potremmo dire le fondamenta che reggono i piani del palazzo pittorico. Ogni finestra, al confine tra cielo e universo domestico, incarna la ragione del singolo quadro, la sua lotta tra sedimentazione e assorbimento.
A questo punto, stabilito il valore archetipico del “come” l’artista dipinge, capiamo il “cosa” venga narrato nei cicli pittorici. E qui scopriamo la qualità morale del nostro, il suo nervo scoperto davanti alla deriva umanitaria. I frammenti rigenerati reclamano un mondo con minori diseguaglianze sociali, maggiore ripartizione dei beni, minore spreco di risorse, maggiore distribuzione energetica. Sono tanti anni, ad esempio, che Biasio ingloba brandelli di origine cinese, a conferma di un occhio clinico sulla patologia merceologica. Quegli ideogrammi, simili al peso degli utensili anni Sessanta per Jim Dine, alzano l’allarme sociale per dare spazio a un’evidenza diffusa. Direi che il tema orientale ossessiona giustamente l’arte di Biasio; così come la tematica fumante del Medioriente, con la vicenda di Palmira in primis, sta occupando gli esiti recenti della sua pittura. L’approccio stilistico non cambia tra i cicli, semmai mutano i frammenti e il loro esito compositivo. Ogni quadro mostra un proprio codice materico, una spinta che annega i brandelli o li lascia galleggiare, talvolta intravedere, altre volte emergere nella loro nettezza storica. Quel codice modifica il ritmo del pennello, addensa o ammorbidisce il colore, abbassa o alza la luminosità endogena, rileva una priorità prospettica. Il colore si prende cura delle tracce sparse, offre ai frammenti una superficie d’accoglienza, una dimora che li accolga nella permanenza metafisica del quadro.


Info e prenotazioni:
info@palazzocollicola.it
Autore: Sistema Museo
Data di pubblicazione: 22 giugno 2017
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