Il palazzo, luogo di rappresentanza e simbolo della potenza della famiglia Farnese, oggi è sede delle raccolte artistiche e storiche piacentine.
Sorto negli anni 50-60 del Cinquecento per volere della duchessa Margherita d'Austria ai margini della città verso nord e separato dal nucleo abitativo, il palazzo era il luogo di rappresentanza e simbolo della potenza della famiglia Farnese.
Dal primo progetto del 1558 dell'architetto urbinate Francesco Paciotto che proponeva di utilizzare le vecchie fondamenta del castello visconteo, dopo varie vicissitudini, con Jacopo Barozzi detto il Vignola, architetto legato alla casata farnese, si giunse nel 1561 alla decisione di ingrandire le quattro ali dell’edificio e aumentare la grandezza del cortile: il modello ligneo realizzato dall’architetto Enrico Bergonzoni epresente nella seconda sala del piano rialzato del museo testimonia l'imponenza dell'edificio che doveva rappresentare la riacquistata potenza Farnese
La mancanza di fondi però, impedì la completa realizzazione del progetto e, nell'arco di due secoli,iniziò la decadenza del Palazzo che procedette di pari passo all’estinzione dei Farnese e il passaggio dei loro beni ai Borbone.
Negli anni '50 del Novecento, dopo un lungo periodo di abbandono e degrado, si iniziarono i lavori di recupero del palazzo vignolesco e della cittadella viscontea. Con l'stituzione dell’Ente per il restauro e l’utilizzazione di Palazzo Farnese, nel 1965, si avviarono i lavori di riqualificazione dell'edificio che sarebbe dovuto diventare la sede delle raccolte artistiche e storiche piacentine.
I lavori di restauro hanno riportato all'antico splendore l'ampia cappella, non prevista nel progetto del Vignola, nella quale si celebravano importanti cerimonie familiari e piccola stanza a pianta rettangolare ricavata in un mezzanino sopra l'alcova: le stanze segrete.
I musei civici di Palazzo Farnese a Piacenza sono suddivisi in dieci sezioni: affreschi medievali, archeologico, armi, carrozze, fasti farnesiani, fegato etrusco, pinacoteca, risorgimento, sculture, vetri e ceramiche.
Nella sezione affreschi medievali, che è ubicata nella sala 6 del piano rialzato, è possibile ammirare affreschi risalenti al tardo medioevo, in gran parte a soggetto religioso, recuperati dalle chiese della città e nelle sue immediate vicinanze. Nello specifico sono qui custoditi affreschi provenienti dalla cappella di Santa Caterina, dall’abside settentrionale della chiesa di San Lorenzo, oggi sconsacrata, dall’ex refettorio di Santa Chiara e dalla cappella del castello di Pontenure (PC). Di particolare interesse sono il ciclo di affreschi della Cappella di Santa Caterina, che risale alla fine del XIV secolo; l’Incoronazione della Vergine e Trinità, di Bartolomeo e Jacopino da Reggio del 1355-60, un maestoso affresco; la Celebrazione della Messa, anch’esso dipinto da Bartolomeo e Jacopino da Reggio nel 1350, delle dimensioni .
La sezione archeologica è suddivisa in diversi lotti, ma al momento attuale è disponibile solamente la sezione dedicata alla preistoria e alla protostoria. Da vedere un plastico della provincia che mostra le origini della città di Piacenza, dalla comparsa dell’uomo fino alla fondazione di Placentia nel 218 a.C. ad opera dei romani. Gli amanti della storia potranno vedere testimonianze risalenti al Paleolitico antico, una vasta collezione di strumenti in selce del Mesolitico (IX-VI millennio a.C.) e alcuni prodotti provenienti dalle officine del Monte Lama. Accanto, aperte al pubblico, ci sono le sale che ospitano reperti risalenti al Neolitico (VI-IV millennio a.C.), fra cui abiti, resti di sepolture e corredi. E’ rappresentata anche l’Età del Bronzo, con diversi pugnali, una palafitta di Chiaravalle della Colomba e altri reperti rinvenuti a Colombare, Rovere, Montata dell’Orto e Castelnuovo Fogliani.
La sezione dedicata alle armi ospita una vera chicca: l’armatura di Pompeo della Cesa realizzata fra il 1580 e il 1585. Inoltre, sono in mostra circa quattrocento esemplari di armi antiche appartenute al conte Antonio Parma (1787-1850).
Suggestiva e di grande impatto per il visitatore è la sezione dedicata alle carrozze d’epoca, che ospita anche alcuni capi di vestiario. Qui è possibile vedere oltre trenta carrozze ben conservate appartenute al conte Silvestro Brondelli di Brondello, alle quali si sono aggiunti negli anni molti altri esemplari che arrivano fino al 1700.
La sezione dedicata ai fasti farnesiani è forse quella che meglio mostra la gloria della famosa casata dei Farnese attraverso rappresentazioni pittoriche che mostrano la vita dei suoi membri in alcuni momenti particolari. Suddivisa in due sotto-sezioni, questa parte raccoglie da un lato le tele commissionate da Ranuccio II a Giovanni Evangelisti Draghi, Sebastiano Ricci e altri, realizzate tra il 1685 e il 1687, e, dall’altra, una interessante serie di dipinti risalenti al 1714 e realizzati da Ilario Spolverini, fra cui il matrimonio di Elisabetta Farnese con Filippo V di Spagna, celebrato nel 1714.
La sezione fegato etrusco ospita un modello in bronzo di un fegato di pecora rinvenuto nel 1877 in provincia di Piacenza. Si tratta di un reperto prestigioso e di grande interesse storico e culturale, perché mostra le pratiche religiose etrusche che facevano riferimento alla lettura del fegato di un animale sacrificato per scrutare il volere divino.
La pinacoteca è una collezione di rara bellezza: in mostra dipinti realizzati tra il XIV e il XIX secolo, provenienti dalle chiese piacentine e da collezioni private. Da vedere la Collezione Rizzi-Vaccari, con i suoi dipinti e sculture che vanno dal XIV agli inizi del XVI secolo; il celeberrimo Tondo del Botticelli, ovvero la Madonna che adora il Bambino con San Giovannino; il ritratto del conte Giacomo Rota con il suo cane di Gaspare Landi (1798) e molti altri.
La sezione risorgimento è suddivisa in quattro sale: sono qui raccolti documenti, immagini, cimeli e armi degli anni compresi fra il 1848 e il 1861. In mostra anche i decreti, i proclami e gli appelli originali del biennio 1859-60, fogli a stampa, acqueforti, litografie e lettere autografe di Garibaldi. Fra le sculture fanno bella mostra di sé alcuni pezzi unici fra cui la Madonna con il bambino del XIII secolo, il Telamone della prima metà del XII secolo, l’Agnus Dei, un altorilievo in arenaria della prima metà del XII secolo, e la lastra detta “del Benvegnù”, della prima metà del XIV secolo rinvenuta nel castello di Montechiaro.
L’ultima sezione, quella dedicata ai vetri e alle ceramiche, è una collezione nella collezione: oggetti finemente decorati, lombardi, veneti ed emiliani, risalenti al XV, XVI, XVII e XVIII secolo di una bellezza mozzafiato. La collezione di vetri, appartenuta al piacentino Pietro Agnelli, mostra le tecniche di lavorazione del vetro a Murano a partire dal XVI secolo.